Enrico Pancera, Il Birichino

Enrico Pancera (Caravaggio, 1882 – Milano, 1971)

Il Birichino

Bronzo; h. 35 cm

Allievo all’Accademia di Brera a Milano di Enrico Butti, scultore di orientamento verista che alla perizia artigiana associava fascinose inclinazioni sentimentali, Pancera condusse le sue prime esperienze lavorative nel gruppo di scultori cimiteriali, operanti nel monzese e nel comasco. Contemporaneamente egli guardò agli esempi milanesi di Giuseppe Grandi,  ai risultati delle ricerche svolte da costui in direzione luministica e cromatica che, rompendo la solidità delle masse, conferivano a esse immediatezza di tocco e movimento, pervenendo a esiti analoghi alla pittura di Tranquillo Cremona. Non si sottrasse al fascino del simbolismo liberty e sentimentale di Leonardo Bistolfi al quale si ispirerà per gran parte delle sue opere; conobbe, attraverso riproduzioni, le opere di Auguste Rodin ed Emile Antoine Bourdelle. L’opera più nota dello scultore è il Monumento ai caduti di Monza, importante committenza ufficiale ottenuta a seguito di un tormentato concorso vinto nel 1923; un monumento «particolarmente interessante sul fronte di una conversazione della scenografia vulgata simbolista», che, non a caso, Adolfo Wildt giudicò «il più bel monumento ai caduti sorto in Italia». Nel bronzo, datato 1915, Pancera riprende, con esplicita intenzione, il celeberrimo Birichino o Gavroche che Medardo Rosso presentò nel 1882 all’Esposizione di Belle Arti di Brera con un esemplare in bronzo, probabilmente ideato l’anno precedente, ispirandosi al volto del suo giovane aiuto di studio, Bustelli, mentre rideva guardando uno spettacolo improvvisato con alcuni pupazzi che Rosso custodiva nello studio. La piacevolezza del soggetto, un ritratto di vivace immediatezza espressiva in cui spiccano l’intelligenza e la furbizia del giovanetto, rese l’opera tra le più fortunate e replicate di Rosso, risultanto documentata sin dal 1889 l’esistenza di molti esemplari. Pancera subì il fascino di questa invenzione dai modi sfumati e sintetici cimentandosi in una interpretazione di pienezza plastica e morbidezza espressiva in cui non mancano richiami alla produzione scultorea di Vincenzo Gemito.